Le autorità libanesi e l’intelligence indagano sulla matrice dell’attentato dinamitardo che venerdì ha ferito sei militari italiani alle porte di Sidone, roccaforte sunnita libanese a sud di Beirut non lontana dal fiume Litani, oltre il quale sono schierate le forze dell’Onu composte da contingenti di 29 Paesi tra i quali quello italiano è il più numeroso con circa 1.800 soldati.
Due militari, dei quali era stata inizialmente (e inspiegabilmente) annunciata la morte, sono ancora in prognosi riservata, uno di essi ha riportato ferite vicine a un occhio, a un orecchio e alcune fratture facciali. Gli altri quattro, proseguono le fonti, sono in ottime condizioni: tre si sono completamente stabilizzati e tra qualche giorno potranno esser dimessi, mentre il quarto, colpito da schegge vicino ad un occhio è stato operato e non presenta problemi significativi.
Se non si sono registrati caduti tra i sei uomini che occupavano il veicolo esploso lo si deve solo alla scarsa potenza dell’ordigno rudimentale fatto esplodere con ogni probabilità con un comando a distanza.
Il VM 90 è infatti del tutto privo di protezioni e risulta quindi vulnerabile a ogni tipo di arma o ordigno. Veicolo fuoristrada standard dell’esercito fino a metà degli anni ’90 è stato successivamente rimpiazzato da mezzi più protetti e negli ultimi anni viene impiegato solo sul territorio nazionale oppure all’estero ma solo all’interno delle basi o in teatri operativi a rischio basso o nullo.
Il convoglio preso di mira dai terroristi era logistico e non una pattuglia operativa ma resta da comprendere per quale ragione i militari si muovessero su mezzi così esposti e, a quanto pare, senza indossare elmetto e giubbotto anti proiettile. Le normali disposizioni per i 13 mila caschi blu di Unifil prevedono di portare sempre con sé questi equipaggiamenti protettivi da indossare in caso di emergenza ma non c’è l’obbligo di circolare con giubbotto ed elmetto addosso.
Negli ultimi mesi però si sono infittite le indiscrezioni circa le minacce terroristiche a Unifil. Segnalate dall’intelligence libanese ma anche da alcuni servizi segreti europei (italiani, tedeschi e francesi) e dagli israeliani. La Stampa del 29 maggio ha reso noto un documento classificato dell’Onu nel quale le promesse del ministro degli Esteri siriano, Walid Al Mouallem, di rispondere alle sanzioni decise dalla Ue contro Damasco vengono interpretate come una minaccia per gli interessi e i militari europei in Libano.
L’articolo, che comunica anche i nomi dei soldati feriti (cosa che finora non ha fatto il Ministero della Difesa), conferma che non è vero che non ci fossero avvisaglie di minacce terroristiche nei confronti di Unifil, le cui truppe devono da tempo fare i conti anche con le provocazioni di Hezbollah che continua impunemente a trasportare armi nel Sud del Libano presidiato da caschi blu e da tre brigate dell’esercito libanese da sempre molto compiacenti nei confronti dei miliziani sciiti.
Perché allora, nonostante gli importanti indizi di possibili attentati, non è stata irrobustita la sicurezza passiva dei militari? Perché i disturbatori elettronici (jammer) del convoglio non hanno funzionato? Erano spenti? Perché non era stato disposto l’obbligo di indossare giubbotto ed elmetto e di circolare solo con veicoli protetti? Perché il comando di Unifil, affidato al generale spagnolo Alberto Asarta Cuevas, non ha impartito queste disposizioni né lo ha fatto il contingente italiano “Leonte” guidato dal 9 maggio dal generale Gualtiero Mario De Cicco alla testa della brigata Aosta al suo primo impiego in Libano?
Stranamente, al contrario di quanto è accaduto in casi simili, né il generale De Cicco né il suo portavoce hanno rilasciato dichiarazioni dopo l’attentato mentre un altro ufficiale italiano, il generale Santi Bonfanti, dall’aprile 2010 vice comandante della missione Unifil, si è limitato ad assicurare che circa le responsabilità ”si sta indagando in tutte le direzioni” ammonendo di non ”avventurarsi in illazioni” riguardo alla matrice dell’attentato.
L’attentato ha in ogni caso rinnovato il dibattito sulla consistenza dell’impegno militare italiano in Unifil, costato oltre 1.7 miliardi di euro dal 2006 a oggi. Prima il ministro degli esteri, Franco Frattini, poi quello della Difesa, Ignazio La Russa, hanno ribadito l’intento di ridurre at più presto il contingente per il quale da tempo si parla di un taglio a 1.200 militari. “Che ci sia il bisogno di ridurre la nostra presenza in Libano non lo dico da adesso ma da almeno un anno, da quando abbiamo ceduto il comando agli spagnoli. Forse però adesso è più urgente farlo” ha dichiarato La Russa.
Sul piano militare però un taglio dei reparti finirebbe per aumentare i rischi per quelli che restano. Di fronte a minacce palesi, specie se terroristiche o asimmetriche, occorre al contrario aumentare il numero dei reparti di prima linea per garantire una maggiore presenza sul territorio (come in Afghanistan) oppure ritirarli del tutto per sottrarli alla minaccia tenendo però conto che riduzioni e ritiri decisi in seguito ad attentati galvanizzerebbero i terroristi incoraggiandoli a perseverare negli attacchi in cerca di ulteriori successi.
Gianandrea Gaiani, 30 maggio 2011
Fonte: Il Sole 24 Ore.com
Foto: Reuters