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Il sesto senso di Houellebecq

Qualcuno sostiene che Michel Houellebecq sia uno scrittore molto fortunato perché l’uscita dei suoi romanzi coincide spesso con eventi di cronaca e di politica che assomigliano in modo impressionante ai temi presenti nel libro. Accadde con «Piattaforma», quando un attentato islamista (prefigurato nel romanzo) fece una strage in una discoteca di Bali, simbolo della peccaminosità e della depravazione dell’Occidente. Accadde con «Sottomissione», nel gennaio del 2015, quando il romanzo che raccontava l’ascesa di un presidente islamico all’Eliseo coincise con il massacro dei vignettisti di Charlie Hebdo, che proprio sul numero in uscita aveva una copertina dedicata a Houellebecq.

Capita adesso con «Serotonina», il romanzo che in pochi giorni in Francia ha già venduto centinaia di migliaia di copie e che in Italia è atteso il 10 gennaio con la casa editrice «La nave di Teseo», dove è descritto uno stato d’animo rabbioso della Francia profonda che sta bruciando la nazione con la rivolta dei gilet gialli. Fortuna? No, capacità rabdomantica di uno scrittore che con la sua esibita impoliticità, con il suo ostentato disprezzo verso le pose dell’impegno e della letteratura che si vuole militante e ispirata alle Grandi Cause, riesce a captare i movimenti tellurici destinati a riversarsi tumultuosamente sul palcoscenico illuminato dell’attualità politica.

Ogni romanzo di Houellebecq è uno scacco ai sacerdoti della letteratura paladina della salvezza del mondo in nome della parte buona e giusta. Houellebecq sta sempre dalla parte opposta, sbagliata e ingiusta, spesso impresentabile, scorretta, odiosa. Eppure con le sue antenne, con il suo voluto starsene appartato rispetto ai riti e alle moine dell’accreditata Repubblica delle Lettere, lo scrittore lontano dalla retorica dell’impegno coglie un aspetto della realtà invisibile agli occhi del conformismo mainstream, prigioniero del perbenismo.

Un meraviglioso paradosso per cui chi si vuole «impolitico» fino al cinismo, ma semplicemente attento a cogliere i segni nascosti di una condizione esistenziale contemporanea, riesce a dare una lettura «politica» molto più penetrante di quello che Alberto Ronchey chiamava lo «schieramentismo» politico, la sua logica tribale, il suo ottuso spirito gregario, il suo acquattarsi nelle pieghe del pensiero conformista.

Pierluigi Battista

Fonte: Corriere della Sera, 7 gennaio 2019

Foto: Afp



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