Lunedì, Maggio 21, 2018
   
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In Niger una missione a ostacoli

di Domenico Quirico

Gli oppositori dell’intervento militare italiano in Niger hanno fatto inutile diga accusando: vedrete, i nostri soldati non andranno a dar la caccia a schiavisti e jihadisti, fine utilissimo, forniranno, gratuitamente, ascari per gli interessi minerari della Francia (le miniere di uranio sfruttate da «Areva», tra l’altro grande elemosiniere di presidenti d’Oltralpe).

Sospetto malizioso ma balordo: la Francia quegli interessi li difende accuratamente e con efficacia da sola, fin dall’epoca delle cosiddette «indipendenze» concesse al suo impero africano. Come dimostra il fatto che nel sobbollire e intricarsi di tempeste, guerre e tumulti in quei Paesi, e nonostante il declino della République, nessuno ha messo in pericolo proprio quell’assettato e locupletato monopolio. Neppure i neocaliffi del deserto. Neppure i cinesi. E Parigi non commette certo l’errore di coinvolgere nell’Affare soggetti che da ausiliari potrebbero diventare concorrenti.

Meglio avrebbero fatto, gli sparuti pacifisti, a proporre altri interrogativi, questi sì ardui e cavillosi. Perché quando si decide di ricorrere a uomini armati, a eserciti, anche se son quelli nostri, lillipuziani, per non trovarsi invischiati in micidiali usure «di bassa intensità», ci sono auree regole strategiche: esser ben informati sulla geografia umana sociale e storica dei luoghi in cui si andrà ad operare, per esempio, su coloro che ti spareranno addosso e soprattutto su alleati e amici. Sì, perché di lì posson venire pericolose sorprese.

L’attenzione italiana a questa parte del mondo, il Sahara e il Sahel, è d’altra parte, con provinciale disinvoltura, recentissima. Fino a poco tempo se ne occupava, a qualche migliaio di chilometri di distanza, la ambasciata di Dakar! Ci affidiamo dunque ai francesi, al dinamico Macron: qui da due secoli sono di casa, visto che l’Africa è cortile della loro inestinguibile «grandeur». Più che geopolitica: un destino.

Prima constatazione: tutti i governi francesi, di destra e di sinistra, hanno mantenuto un controllo invulnerabile sulle colonie diventate a parole indipendenti, in particolare quelle della fascia saheliana, Niger, Mali, Ciad. Questo significa che ne hanno il controllo militare (cinquemila soldati francesi presidiano la zona con aerei ed elicotteri e ordigni vari). Danno loro una mano gli obbedientissimi eserciti locali che sono pittoresca dépendance dell’armata francese. Controllano la politica: partiti, presidenti, qualche volta persino gli oppositori in «democrazie» fitte di elezioni un po’ sospette e corrette da qualche golpe per liberarsi, ogni tanto, di proconsoli divenuti troppo pittoreschi o avidi. E poi l’economia, attraverso le risorse minerarie e naturali, la moneta, che nostalgicamente si chiama ancora «franco». Parigi ha agito indisturbata, con una tacita delega europea, e fino a una certa data americana, ad occuparsi di questi scatoloni di sabbia.

Sorge allora la domanda: dove erano gli attentissimi controllori della France-Afrique quando milioni di euro e di dollari dell’assistenza internazionale elargiti a questi capofila del sottosviluppo sparivano nelle tasche dei clan di potere, dei presidenti, dei loro portaborse, benedetti dall’unzione di Parigi? Non è questo sottosviluppo scandalosamente permanente, e non nei tempi preistorici della terza repubblica ma nell’evo di Mitterrand, Chirac, Sarkozy, che ha spinto centinaia di migliaia di disperati che sentono la fame tutti i giorni a mettersi in marcia verso il Mediterraneo e Lampedusa? Non vibra nell’aria una fastidiosa domanda? Ahimè, la Francia ha inventato i diritti umani, ma si è dimenticata di aggiungervi l’anticolonialismo.

E poi: i francesi hanno affidato il potere in Niger e in Mali ai neri, sudditi di cui apprezzavano la supinità all’epoca del colonialismo. Le popolazioni tuareg del Nord si erano mostrate invece perennemente ribelli. Già: dividere per imperare. Perché non hanno impedito che negli anni della indipendenza questi loro alleati, a colpi di emarginazione, disoccupazione, colonizzazione etnica e in qualche caso violenza, facessero guerra permanente ai tuareg? Fino a indurli a arruolarsi nel fanatismo jihadista, diventandone micidiali discepoli? Sono quelli che ci spareranno addosso, nel vecchio pittoresco fortino della Légion… La Francia non ce la fa più, da sola e con pochi denari, a far argine al vasto wagnerismo salafita. Per questo vengono utili i soldati degli alleati europei?

Erano domande che si potevano porre alla Francia, perché no? in sede europea quando è spuntata la richiesta di dare una mano laggiù: siamo o non siamo amici e tra amici non si parla con franchezza e non con avvilimento adulatorio? Non era forse il momento di chieder conto di questa loro politica imperiale, sudicia e redditizia, in Africa? Prima di fornire nuovi avalli pericolosi: non solo con la disattenzione di questi anni ma anche con bandiere e guerrieri? Pretender qualche seppur tardiva abolizione coloniale, affinché anche in questa parte del mondo l’Europa tutta non diventi sinonimo generico di sfruttamento, arroganza e intrusione. Buona e gratuita propaganda per il troglodismo jihadista.

Fonte: La Stampa, 30 dicembre 2017

 

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