Mercoledì, Giugno 28, 2017
   
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Al capitano Luigi Giorgi, eroe della Guerra di Liberazione, intitolata la sezione bolognese dell' Associazione combattenti nei reparti regolari delle Forze armate

di Carmelo Abisso

Al circolo ufficiali dell'Esercito di Bologna il 14 febbraio ha avuto luogo la cerimonia di intitolazione della sezione regionale Emilia Romagna dell'Associazione nazionale combattenti della Guerra di Liberazione inquadrati nei reparti regolari delle Forze armate al capitano Luigi Giorgi, decorato di due medaglie d'oro al valor militare.

All'evento - occasione per ricordare e per far conoscere il contributo che le Forze armate ed i Corpi armati dello Stato hanno fornito alla Guerra di Liberazione - hanno partecipato il generale di divisione Antonio Li Gobbi, neo-presidente della sezione, l'ambasciatore Alessandro Cortese de Bosis, presidente nazionale dell'Associazione, il generale di brigata Cesare Alimenti, comandante militare regionale, Simona Lembi, consigliere comunale di Bologna, il comandante partigiano Renato Romagnoli, medaglia d'argento al valor militare, Luca Alessandrini, direttore dell'Istituto storico "Parri" per la Storia del '900, Rita Finzi, figlia dello scomparso presidente della sezione e il giornalista Giorgio Alberi.

"Obiettivo dell'associazione – ha esordito il generale Li Gobbi - è quello di studiare e far conoscere cosa le Forze armate hanno fatto in quel tragico periodo, 1943-1945, che fu testimone dell’occupazione tedesca, della guerra civile, in cui l’Italia divenne per due anni terreno su cui si scontravano ideologie, politiche ed eserciti più grandi di noi. Studiare tale contributo senza preconcetti, senza trionfalismi, ma con schiettezza per capire quanto è stato fatto e per quali motivi non è stato fatto di più o meglio. Studiarlo per capirlo e per farlo conoscere. Montelungo fu combattuta in condizioni drammatiche, la prima battaglia da parte del rinato esercito del sud. Ogni anno l’8 dicembre nel cimitero di guerra dove sono seppelliti i giovani del 1° raggruppamento motorizzato ed il generale Umberto Utili che volle essere seppellito con i suoi soldati, si celebra la cerimonia che intende ricordare tutti i caduti delle Forze armate regolari durante la Guerra di Liberazione.Ebbene, ritengo che il nostro compito come associazione sia proprio quello di far in modo che agli italiani e soprattutto alle giovani generazioni venga resa disponibile l’informazione su ciò che gli uomini con le stellette hanno fatto per l’Italia in una della pagine più sanguinose e confuse della sua storia. Informazione resa disponibile, per chi la desidera, senza propagandismi senza trionfalismi e senza remore a parlare anche di quegli episodi che magari non hanno fatto onore alle Forze armate. Questo è ciò che l’associazione si impegna a fare".

E' stata ricordata la figura dello scomparso presidente della sezione, ingegner Franco Finzi, combattente della Guerra di Liberazione, Cavaliere di Gran Croce della Repubblica. Franco Finzi ci ha lasciato la scorsa estate – ha detto Li Gobbi - pochi giorni dopo il suo 94esimo compleanno. Un uomo di una tempra, un’intelligenza, una cultura e uno stile straordinari. Uomo poliedrico dai molteplici interessi e ingegnere di talento, come testimonia una vita personale e professionale piena di successi. Nato a Bologna nel 1922, ha frequentato il liceo classico Galvani e si è arruolato volontario nel Regio Esercito nel febbraio ’43 come allievo ufficiale di artiglieria. Fu colto dall’8 settembre a Firenze, dov’era caporal maggiore Auc. Catturato dai Tedeschi e riuscito rocambolescamente a evadere, attraversò le linee per raggiungere il territorio liberato, giungendo a Bari il 25 settembre. Mentre tutti fuggivano, lui si presentò per essere inquadrato in uno dei reparti che venivano faticosamente ricostituiti al sud. Saputo che l’11° artiglieria stava andando in linea con il 1° raggruppamento motorizzato per combattere contro i Tedeschi, abbandonò il proprio reggimento destinato a compiti territoriali - rischiando per questo una condanna penale militare - per unirsi all’11°, nelle cui fila combatté a Montelungo e con cui operò quale sergente Auc. Comandante di pattuglia osservazione e combattimento sino al 10 settembre ’44, quando fu ricoverato per infermità dipendente da causa di servizio. Dal 2010 al 2016 è stato presidente della sezione di Bologna dell’Associazione combattenti della Guerra di Liberazione inquadrati nelle Forze armate regolari e si è sempre battuto a livello cittadino per far riconoscere dai bolognesi il ruolo che i soldati in uniforme hanno avuto per la liberazione dell’Italia e di Bologna. Tenteremo di essere all'altezza, di seguire il suo esempio e quello che ci ha insegnato”.

Sono stati dati brevi cenni sul contributo delle Forze armate regolari nella Guerra di Liberazione. Cosa è successo l'8 settembre ? Al nord “..vi erano soldati che fuggivano verso la montagna guidati dai loro ufficiali – scrisse Luigi Longo - Fuggivano per un’ansia di ribellione, ma con un senso di disciplina e di organizzazione. E fuggivano recandosi appresso la propria arma”.E al sud ? All’indomani dell’armistizio il governo Badoglio poteva contare nei territori liberati di quasi 500.000 uomini, messi a disposizione degli Alleati. La Marina con 80.000 uomini e 100 navi rappresentò forse l’elemento militarmente più rilevante. L’Aeronautica poteva contare su 30.000 uomini ma solo 200 aerei. L’Esercito contava circa 390.000 uomini, ma radunati in unità spesso frutto di amalgama di unità disciolte e con armamento non paragonabile a quello degli alleati. Il contributo delle Forze armate italiane alle operazioni militari a fianco degli Alleati era osteggiato da questi ultimi, sia per motivi tecnico-militari - scarsa fiducia da parte degli alleati nei nostri confronti, scarsa interoperabilità con le unità alleate, equipaggiamento ed armamento inferiore a quello degli alleati - sia soprattutto per motivi politici. Lo status di puro cobelligerante non ci portato ad essere considerati vincitori alla fine del conflitto. Comunque il contributo delle Forze armate italiane crebbe lo stesso in maniera sensibile, partendo da quello sparuto gruppo di ragazzi del 1° raggruppamento motorizzato che si immolò a Montelungo l’8 dicembre 1943 fino alla Liberazione. Nell’aprile del 1945 l’Esercito forniva 6 Gruppi di combattimento - di cui 4 in linea, Cremona, Folgore, Friuli e Legnano - per un totale di 60.000 uomini ben armati ed equipaggiati, 8 Divisioni ausiliarie, inglobavano anche unità del genio da combattimento, che sostenevano lo sforzo bellico alleato con i loro 200.000 uomini. La Marina garantiva la scorta ai convogli alleati. L'Aeronautica effettuava azioni di supporto ai combattimenti a terra sia nei Balcani che in Italia.

Come ce le hanno raccontate le Forze armate l'8 settembre ? Nel fillm del 1960 "Tutti a casa" diretto da Luigi Comencini, il sottotenente Innocenzi, incredulo dopo aver subìto un attacco da parte dei tedeschi, telefona al suo comandante: « Signor colonnello, accade una cosa incredibile... I tedeschi si sono alleati con gli americani!». “Il mandolino del capitano Corelli”, film del 2001 diretto da John Madden, ambientato a Cefalonia dal 1941 al 1953, tratto dall'omonimo romanzo di Louis de Bernières, descrive un ufficiale appassionato, come i suoi soldati, più alla lirica che alla guerra. Invece ciò che è successo sono gli 87.000 militari italiani caduti nella Guerra di Liberazione dall'8 settembre 1943 all'8 maggio 1945, gli 80.000 militari che combatterono nelle formazioni partigiane, i 590.000 militari internati nei campi di concentramento che si rifiutarono di collaborare. Sta a noi farlo sapere alle giovani generazioni.

"La rilevanza storica e politica della partecipazione delle Forze regolari alla Guerra di Liberazione" è stata trattata dal direttore dell'Istituto Parri. "La vicenda delle Forze armate all'8 settembre – ha detto Alessandrini – è la storia stessa della nostra Nazione. Il 10 agosto 1946 Alcide De Gasperi prende la parola alla conferenza di Parigi"..sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me". Bisognava rappresentare al mondo che esisteva un'altra Italia, rappresentare i caduti delle Forze armate e i caduti partigiani, i volontari arruolati con una volontà soggettiva che avevano combattuto per un'altra Italia. Il governo Badoglio, con l'appoggio dei partiti, decise di combattere per liberare l'Italia. Si accetta il termine "cobelligeranza" che deve essere consacrato col sangue. Da quel sangue nasce il rinato Esercito italiano, un sacrificio volontario, terribile. Scegliere era difficile, occorreva un volere collettivo, sociale e nazionale, per motivi morali ed etici, la capacità di distinguere il bene dal male. Alla base di una buona politica deve esserci una buona morale, una consapevolezza morale dei cittadini. Nuto Revelli disse di essere andato in Russia per fare la guerra per la sua Patria, ma era una guerra criminale. Torna e fonda una formazione partigiana per ridare dignità alla Nazione. La Patria non è morta l'8 settembre, andava riappropriata. Se ne riappropriano i militari, i cittadini che disegnano un orizzonte di dignità nazionale. Restituire all'Italia l'onore militare compromesso, riscattato nei giorni confusi e concitati dopo l'8 settembre. C'è una condivisione dell'Italia con i soldati, per disegnare un orizzonte di cittadinanza, come a Porta San Paolo e Cefalonia. Queste Forze armate sono state fondamentali perchè hanno restituito dignità all'Italia tra le nazioni del mondo. Esercito che serve per portare la pace la dove è necessario, ma non servirà mai più per guerre di aggressione".

Giorgio Alberi ha presentato la figura del capitano Luigi Giorgi. Nato a Carrara nel 1913, morto a Cavarzere (Ve), il 7 maggio 1945, perito commerciale, medaglia d'oro al valor militare sul campo e medaglia d'oro al valor militare alla memoria. Giorgi è l'unico combattente di tutta la Guerra di liberazione cui sia stata conferita per due volte la massima decorazione italiana al valore. Nel 1935 Giorgi aveva fatto l'allievo ufficiale a Palermo, di dove era passato a Firenze, ufficiale di complemento nel 21° reggimento fanteria della Divisione "Cremona". Richiamato alle armi nel gennaio del 1940, due anni dopo era stato promosso capitano. L'8 settembre 1943, il giovane ufficiale si trovava nell'Italia meridionale e quando, pochi mesi dopo l'armistizio, la "Cremona" fu trasformata in Gruppo di combattimento a fianco degli Alleati, fu tra i primi volontari. Risalita la penisola alla testa della sua compagnia, Giorgi prese parte nel marzo del 1945 alle operazioni belliche nella zona di Comacchio, operando all'estrema destra dell'VIII armata britannica. Fu proprio in questa circostanza che Giorgi si guadagnò la prima medaglia d'oro: incaricato di eliminare un caposaldo tedesco difeso da reticolati e campi minati, lo attaccò (seguito da due soli fanti che s'erano offerti volontari), a colpi di bombe a mano e riuscì a toglierlo di mezzo facendo anche diciannove prigionieri. Nel corso dell'azione, quando il suo reparto, che l'aveva raggiunto, aveva preso posizione, si gettò allo scoperto sotto il fuoco nemico per salvare due suoi soldati, rimasti sepolti tra le macerie di una postazione, riuscendo a portarli al sicuro. La notte seguente, saputo che un soldato di un altro reparto si trovava gravemente ferito in un campo minato, dove nessuno aveva osato avventurarsi, Giorgi lo raggiunse strisciando e tastando a palmo a palmo il terreno e riuscì, dopo un'ora di sforzi, a portarlo in salvo. Pochi giorni ancora e, nelle giornate della grande offensiva di primavera condotta dalle armate alleate, il giovane capitano fu protagonista di un'altra audacissima impresa: con un piccolo gruppo d'animosi attaccò una colonna di automezzi tedeschi che tentava il ripiegamento; riuscì a bloccarla, catturando ottanta prigionieri e impossessandosi dei camion e di un grande quantitativo di armi e munizioni. Infine, nel corso di un'altra azione, fu gravemente ferito. Ricoverato nel 66° ospedale da campo inglese a Cavarzere, vi si spense alcuni giorni dopo. Alla sua memoria fu quindi concessa la seconda medaglia d'oro, oltre alla Silver Star americana conferita "per eccezionali atti di valore".

Si è svolta poi l'intitolazione ufficiale della sezione al capitano Luigi Giorgi. Il presidente nazionale dell'Associazione Cortese de Bosis ha appuntato il nastro azzurro col nome dell'eroe sulla bandiera della sezione bolognese portata dal generale Li Gobbi alla presenza di Rita Finzi, un ideale passaggio di consegne in memoria del padre.

Il saluto del comando militare Esercito Emilia Romagna è stato portato dal generale Alimenti che ha preso spunto per citare Alcide De Gasperi da un libro ricevuto quando era un giovane capitano, "La guerra continua. La vera storia dell'8 settembre con documenti inediti", scritto nel 1963 dal generale Giuseppe Castellano. Il presidente del Consiglio dei ministri si recò il 4 novembre 1952 a Redipuglia e a proposito della cobelligeranza e di quanto essa ci abbia giovato lo riassunse in poche parole nel suo discorso. Con la cobelligeranza si ottenne di "evitare al nostro paese la durezza della prima repressione e di salvare la nostra sostanziale unità che invece andò perduta per la Germania. Riuscimmo anche a recuperare l'Alto Adige che durante la guerra sembrava perduto". E' stato un ruolo importante per la nostra Forza armata "che ci è stato poco riconosciuto oppure non noto abbastanza. L'onore militare e la bandiera sono stati i valori che hanno spinto i soldati a non buttare i fucili e a combattere per la Patria".

L'ambasciatore Cortese de Bosis ha concluso gli interventi con un plauso commosso e caloroso al generale Li Gobbi per aver intitolato la sezione regionale al capitano Luigi Giorgi, combattente che rappresenta la sintesi di due elementi: eroismo sul campo di battaglia e altruismo umanitario verso i suoi soldati. "La nostra associazione deve continuare a mettere in luce le gesta di questi eroi. Ce lo esorta lo statuto e il Presidente della Repubblica. Ragion d'essere e credo della nostra associazione sono gli obiettivi statutari che Li Gobbi, figlio e nipote di medaglie d'oro al valor militare, assolve insieme ai suoi colleghi. Noi combattenti non siamo soltanto i cultori della memoria storica, ma siamo anche vicini e solidali ai nostri soldati. Il 27 gennaio scorso abbiamo celebrato il Giorno della Memoria e ricordato il generale Alberto Li Gobbi che si prodigò per agevolare l'esodo di migliaia di ebrei verso la Palestina, ce lo impone il dovere della memoria. Onore dunque alla sezione intitolata a Luigi Giorgi".

 

Le motivazioni delle due medaglie d'oro al valor militare

«Comandante di compagnia all'attacco di un forte caposaldo nemico difeso da reticolati e campi minati, seguito da due soli fanti, volontariamente offertisi, si portava in pieno giorno a breve distanza dalla posizione avversaria. Lasciati indietro i due fanti, dopo avere guadato un braccio d’acqua, irrompeva sul caposaldo ancora battuto dalla nostra artiglieria e, con lancio di bombe a mano, seminava il panico fra i difensori, che si arrendevano in numero di 19. Raggiunto da un suo plotone completava l'occupazione del caposaldo e, sotto l'infuriare del rabbioso e micidiale fuoco di repressione, incurante della propria vita, allo scoperto, estraeva dalle macerie di una postazione colpita due suoi fanti rimasti sepolti, sottraendoli a sicura morte. La notte seguente, venuto a conoscenza che un fante di altro reparto trovavasi gravemente ferito in un campo minato, là dove nessuno aveva osato recargli soccorso prima di neutralizzare le mine, da solo strisciando sul terreno e tastandolo palmo a palmo, dopo oltre un'ora di estenuante sforzo, riusciva a trarlo in salvo. Splendido esempio di virtù guerriere di nostra gente e di generoso altruismo.»
— Chiavica Pedone (RA), 2-3 marzo 1945

«Nelle giornate della grande offensiva di primavera condotta in Italia dalle Armate Alleate ripeteva con lo stesso ardire e lo stesso stile altre imprese non inferiori a quelle che già gli avevano procurata la concessione di una Medaglia d’Oro. Nell'ultima di queste, alla testa di un gruppo di animosi, attaccava con irruenza una colonna dì automezzi che tentava il ripiegamento e la disperdeva a colpi di Piat e di bombe a mano catturando 80 prigionieri, numerosi automezzi, rilevante numero di armi e munizioni. Sempre alla testa dei suoi fanti riportava una grave ferita che poi lo conduceva a morte. Spirava serenamente col pensiero rivolto alla famiglia ed alla Patria nella luminosa soddisfazione di avere compiuto con piena coscienza ed assoluta modestia il suo dovere di soldato e di italiano, per il quale la concessione della prima Medaglia d’Oro non era stato un punto di arrivo, ma un punto d’onore per fare ancora di più e sempre meglio, come effettivamente ha fatto.» — Senio Santerno Po La Croce di Cavarzere, 10-26 aprile 1945

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