Giovedì, Agosto 24, 2017
   
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Il presente non basta

di Carmelo Abisso

Nell’aula magna dell’Accademia militare di Modena il professor Ivano Dionigi, ordinario di filologia classica e italianistica presso l’Università di Bologna, ha tenuto il 19 gennaio una lectio magistralis sul tema “Leadership dei classici”. Introdotto dal comandante dell'istituto, generale di divisione Salvatore Camporeale, il relatore ha tratto spunto dal suo ultimo libro “Il presente non basta. La lezione del latino”. Scritto sulla spinta della magistrale lezione di commiato del 30 ottobre 2015, con cui prendeva congedo dalla carica di rettore dell'Alma Mater, l’Università di Bologna, "un condominio rumoroso e festoso con 87.000 studenti e 6000 dipendenti, l'università più antica del mondo occidentale" che ha guidato dal 2009 per sei anni. Scritto per "rispondere a due accuse al latino: studi inutili e che fanno i figli di papà. Libro incompiuto, si compie quando lo leggono gli altri. Un autore scrive sempre solo metà del libro, l'altra metà è il lettore. Libro militante, utile e con lo sguardo rivolto al futuro. I classici ci aiutano ad attrezzarci di scarponi chiodati. I professori devono essere non dei facilitatori ma dei difficilitatori".

Tre domande "tornano come un rovello" a Dionigi. La prima: non vi sembra paradossale che nell'era del massimo dei mezzi di comunicazione, minima è la comprensione ? La seconda: come mai quando parliamo di politica vengono 40-50 persone e quando parliamo di classici, Agostino, Seneca, Lucrezio, c'è la fila di tanti giovani, 200 giovani che danno dei calci al portone per entrare a voler sentire parlare di classici ? Infine la terza: come mai tutti gli amministratori invocano il Rinascimento, anche quello fiscale e questo non arriva ? Il Rinascimento non ha rottamato il passato, ha messo in crisi il presente interrogando i padri. Come illuminare le tre domande ?

Con tre doni: il primato della parola, la nobiltà della politica, la centralità del tempo.

"La parola a Roma ha avuto un grande culto, l'ars dicendi. Ma è nata in Grecia 25 secoli fa. La parola può tutto. Cicerone cita gli eloquentes "coloro che coniugano l'oratoria con la sapienza salvano la Patria". Umberto Eco, "Nel segno della parola", scrive della retorica del lupo davanti all'agnello "con falsi pretesti opprimono gli innocenti". Noi oggi rischiamo di usare vocaboli e non più parole. Nel Vangelo di Giovanni, "Signore, da chi andremo ? Tu hai parole di vita eterna", Pietro aveva capito che le parole del suo maestro erano diverse da quelle degli altri. Maestro, il celebrante principale, con il ministro, che contava meno. Non si può torcere il collo alla lingua, maestro vale più di un ministro. Dobbiamo riscoprire il senso della parola, chi conosce il valore delle parole ascolta di più e parla di meno. Noi cittadini del linguaggio rischiamo di essere mandati in esilio dai padroni della parola. Non confondiamo la parola con lo strumento, la parola è prima, la comunicazione è seconda. Logos e dialogos, dove c'è dialogo non ci sarà mai conflitto.

Res publica, che noi traduciamo Stato, Repubblica, cosa significa ? Cicerone dice res publica, res populi, la cosa pubblica è la cosa del popolo. Il popolo non vuole verità ma consolazione. Seneca nella Fedra, ci consegna una verità destinata a durare "il popolo gode nell'affidare il potere al turpe". Questa res publica richiede l'impegno, la virtus, il valore, l'uso migliore e il governo del popolo. La politica in cima a tutto. Gli uomini con la tecnica si difendono dalle intemperie e dagli animali, ma non dagli uomini. In politica ci vogliono i costretti, non i volontari, i migliori vanno obbligati alla politica. Voi siete quelli – ha detto Dionigi rivolgendosi agli allievi ufficiali – che siete chiamati a creare le condizioni necessarie per il bene comune. Una acies, il vostro motto, significa unica schiera, esercito schierato. A Roma il politico e il militare erano in simbiosi. L'Esercito del 2° secolo, quello degli Antonini, non aveva rivali, non ce n'era per nessuno. Exercitus, sempre in esercizio. La legione romana ha sviluppato contemporaneamente la tecnica individuale e la tecnica di gruppo: armamento, addestramento, disciplina e schieramento. La tattica prevedeva l'acies triplex, la disposizione degli uomini su tre linee distinte per numero, armatura ed età, hastati-principes-triarii. Due i criteri vincenti: tecnica individuale e collettiva ed elasticità di manovra.

Il tempo, non si può staccare la spina della storia. Oggi siamo "vittime dell'inferno uguale". Benvenuta la tecnologia che ci da delle risposte, ma è un gas nervino che uccide. Gustav Mahler dice "La tradizione è salvaguardia del fuoco, non adorazione delle ceneri". La devi mantenere, tenere con la mano - la lampada - e trasmetterla a chi viene dopo di te. C'è un problema, non tutte le domande che ci consegnano i padri vanno bene, dobbiamo conciliare la domande dei padri con le risposte dei figli. Non possediamo il presente, ma è lui che ci possiede. Devi conoscere il passato, chi conosce si difende di più. La gerarchia è cultura – politica – tecnica. Oggi siamo a un bivio, prima di prendere la strada sbagliata devi capire. Logos e polis, due stelle polari, devono stare insieme. Si scrive latino e si legge classici. Umberto Eco diceva "sono quelli che ci allungano la vita", Alfonso Traina "sono quelli che hanno scritto per noi". Osip Mandelstam ha detto "Classico è cio che ancora ha da essere – ha concluso Dionigi - e il latino ha il futuro nel sangue".

Al termine della lectio c'è stato un lungo e caloroso applauso al relatore che ha poi risposto a numerose domande degli allievi ufficiali del 197° corso "Tenacia" e 198° "Saldezza". Per riflettere sul senso di comunità, prima di lasciare l'aula magna il professor Dionigi ha letto una poesia del poeta francese Paul Eluard: "Non verremo alla meta ad uno ad uno, ma a due a due. Se ci conosceremo a due a due, noi ci conosceremo tutti, noi ci ameremo tutti e i figli un giorno rideranno della leggenda nera dove un uomo lacrima in solitudine". Questa lirica è basata su una convinzione che condividiamo pienamente: il poeta dice che da soli non riusciremo a realizzare gli obiettivi che ci proponiamo. Un'esortazione a superare gli individualismi con la condivisione e la solidarietà, con il noi.

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