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Il capolavoro del Generale

Alla fine il Generale, come lo chiamano i suoi sostenitori con un’evidente allusione a Charles De Gaulle, è riuscito a coronare il sogno di una vita: a 81 anni, Michel Aoun, colui che nel 1985 fu il più giovane comandante delle Laf (le Forze armate libanesi), è stato eletto presidente del Libano dopo oltre 29 mesi di vuoto di potere da un Parlamento autoprorogato ormai da due anni e con il sostegno determinante del suo arcinemico Saad Hariri.

La domanda che tutti si pongono è se, al di là di porre rimedio al vulnus istituzionale, la sua elezione segnerà un possibile punto di svolta per il Paese e, se sì, in quale direzione. Iniziando dalle cose semplici, sempre che nell’intricato mondo dellapolitica libanese questa espressione abbia un senso, occorre dire che già l’elezione pone fine alla lunga sotto-rappresentazione della componente cristiana (e specificamente maronita) nell’equilibrio di potere del Paese, fondato sull’istituzionalizzazione del settarismo confessionale. Essendo, quella di presidente, la carica istituzionale più alta riservata ai Maroniti, il fatto che per oltre due anni non si fosse trovato un accordo sulla persona da eleggere forniva la dimostrazione plastica della perdita di rilevanza della componente anticamente egemone nel Paese. Il messaggio rivolto alla cospicua minoranza cristiana era chiaro: attenti, perché politicamente possiamo fare a meno di voi.

La consapevolezza di questo pericolo è ciò che ha prodotto la convergenza, a inizio d’anno, tra Michel Aoun (del Free patriotic movement o Fpm) e Samir Geagea (delle Forze libanesi o Fl), l’altro leader cristiano e candidato alla presidenza, contro il quale proprio Aoun aveva rivolto le armi nel 1985. I due erano, e sono, schierati su due lati opposti del crinale politico di Beirut: Aoun e l’Fpm nella “coalizione dell’8 marzo” guidata dagli sciiti di Hezbollah; Geagea e le Fl in quella “del 14 marzo”, alla cui testa è Saad Hariri (figlio di Rafik, l’ex primo ministro assassinato nel 2005), leader sunnita del Future movement (Fm). La scorsa settimana, proprio la dichiarazione di Hariri di essere pronto a sostenere la candidatura del Generale ha spianato a quest’ultimo la strada, fino a quel momento impraticabile, verso Baabda, la residenza del presidente. Hariri avrebbe colto l’opportunità di essere in cambio nominato a sua volta primo ministro (carica riservata a un sunnita), fondamentale per puntellare la propria traballante leadership all’interno del suo stesso movimento (in parte ostile alla scelta pro-Aoun). Sta di fatto che l’elezione di Aoun ha rimescolato il quadro politico, spaccando l’asse sciita tra Nabih Berry (leader di Amal e presidente della Camera) e Hassan Nasrallah (il carismatico segretario di Hezbollah).

Alcuni osservatori, soprattutto nei media più vicini agli interessi sauditi e quatarini, hanno voluto parlare di una «vittoria di Hezbollah» (e dell’Iran), che avrebbe costretto tutti a convergere sul proprio candidato. Ma come lettura sembra decisamente parziale. Il vero vincitore è Aoun, che del resto era e resta il leader più rappresentativo tra i politici cristiani e il solo con un profilo presidenziale. E con lui tutti i cristiani del Libano. La sua ostinazione unita a un’indubbia spregiudicatezza è riuscita in passato ad assicurare quantomeno la sopravvivenza dei cristiani senza finire ostaggio della rivalità tra sciiti e sunniti (quando ha stretto l’alleanza con Hezbollah) e ora a compattarli dietro il suo nome, costringendo i sunniti ad appoggiarlo per non restare isolati.

Qui sta il punto, mantenere l’appoggio di Nasrallah e del druso Walid Jumblatt, guadagnarsi quello del correligionario Geagea e obbligare il sunnita Hariri a prendere atto della situazione: si è trattato di un capolavoro politico, reso ancora più evidente dalla frattura causata all’interno del Fm sunnita e tra le formazioni sciite di Amal ed Hezbollah. A questi ultimi va il merito di aver continuato a sostenerlo, pur consapevoli che Aoun, già non docile alleato da candidato, lo sarà ancora meno da presidente. Ma in questo sta l’intelligenzapolitica di Nasrallah, disposto a scontentare il correligionario Berry, pur di essere il coartefice di un’elezione che rispetta lo spirito del “patto nazionale”, cercando l’unità delle diverse componenti confessionali del Paese per esorcizzare lo spettro del settarismo. Che tutto questo possa funzionare mentre il movimento sciita è più che coinvolto nel conflitto siriano è da vedere: ma questo non può che essere l’auspicio di chiunque ami il Libano e l’elezione di Aoun rappresenta un primo passo nella giusta direzione.

Vittorio Emanuele Parsi

Fonte: Il Sole 24 Ore, 2 novembre 2016

Credits: Epa/Wael Hamzeh

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